Un racconto sulla salita

Un sortilegio chiamato salita

 

Un racconto sulla salita scritto da Bianca Lombardi.

 

racconti“Ci capitai per caso”, come direbbe un toscano, non ricordo nemmeno come ne fui a conoscenza che nella mia terra si sarebbe tenuta una tappa del trofeo della montagna. Dopo primavere ed estati intere vissute fra gare e turni di prove libere in circuito, mi avventurai assieme a mio padre su per il passo Pradarena. Non lo dimenticherò mai quel maledetto stupendo pezzo di vita in cui si aspetta che il download del processo di raggiungimento di maggiore età sia completato e verificato da un potente anti virus di ultima generazione. Dicono che ciò che animi il modo, attraverso il quale siamo soliti naufragare nel miraggio con cui il nostro io ci corteggia ogni istante a quell’ età, vivrà dentro di noi, con noi, per sempre. A volte ci arrabbiamo con noi stessi, altre con la polvere della clessidra, ma finiamo sempre nello sperare che il “giorno dei giorni “prima o poi arrivi anche per noi. Una strada di montagna ci conduceva verso il confine: di qua Toscana, di la Emilia. In una piazzola a lato della strada, vidi parcheggiate qualche macchina e un vecchio furgone chiuso, con un paio di stivali neri e usurati accasciati a terra, in prossimità del portellone. Di rimpetto all’ alto cofano vi era una Ducati d’ epoca in fase di carburazione. Vicino, sulla terra battuta, una sedia con una felpa blu piena di loghi e sponsor tutta stropicciata e un tavolino da campeggio ospitava una moca da caffè, una bottiglia di acqua da litro e uno asciugamano. A terra qualche scatola traboccava di attrezzature e pezzi di ricambio. Dopo qualche minuto il portellone del furgone si aprì ed uscì fuori un uomo sulla settantina. Indossava una vecchia tuta da motociclista, nera e bianca, fino alla vita; la parte superiore si intravedeva volteggiare nell’ aria nascosta dalle gambe al seguito di ogni suo movimento. In certi tratti la pelle si era rovinata e in basso sotto le saponette aveva applicato del nastro americano. Il suo viso era segnato: sugli zigomi aveva la pelle scura, la barba quasi incolta al di fuori dei baffi grigi, il naso ad aquilino, la fronte stempiata da radi capelli bianchi legati con un cordino. Le mani grandi e rovinate, ricamate dalle grosse vene sotto pelle. Finché non alzò gli occhi: il suo sguardo così penetrante mi gelò all’ improvviso. Con fare istrionico azzannò una mela e poi gettò via il torsolo. Si sedette, accese una sigaretta e con quello sguardo di ghiaccio scrutava minaccioso chiunque vi passasse. Poi alzò gli occhi al cielo e fra le fitte e ripide boscaglie sembrava cercare la cima della montagna, ben protetta dalla vegetazione e nascosta dalla natura del luogo. Ma lui riusciva a coglierne ogni particolare più riposto con gli occhi di un’aquila che puntavano una preda.

Paolo Pozzo - Sillano 1993

Paolo Pozzo – Sillano 1993

Continuai a salire, gruppi di cinque o sei piloti parlavano in cerchio a gambe divaricate e braccia strette al petto. Avevano la tuta semi sfilata o aperta. Alcuni di loro mimavano con le braccia chissà quali imprese; gli altri ridevano compiaciuti, i più giovani rimanevano allibiti. C’era chi sedeva sul guardail con le ginocchia divaricate, le mani in basso, lo sguardo accesso e diretto verso la moto, appoggiata alla protezione in fila indiana con le altre. Chi se ne stava quasi sdraiato sull’ asfalto in discesa appoggiandosi su di una mano, o chi con le dita incrociate dietro la nuca si sollevava il capo; e chi, a piedi, percorreva lo stesso tratto, prima in su e poi giù, ansiosamente. Chi sulla sedia da campeggio fuori dal gazebo, con fare assorto e assonnato, quasi fosse nel riposo pomeridiano al riparo dal sole di agosto, ti faceva capire con lo sguardo che quello era il suo posto. E chi alla ricerca di un qualcosa divenuto impalpabile fissava un piccolo dettaglio, seduto di rimpetto al telone laterale del gazebo, senza trovarlo. O chi in piedi, lungo il margine stradale aspettava qualcosa che sembrava non ancora arrivare. Scooter truccati di terza mano sfrecciavano lungo la strada guidati da piloti in cerca di notizie ufficiali. Dopo circa un ‘ ora ognuno di loro, uno di seguito all’ altro, aspettava il proprio turno alla partenza. Le visiere aperte mostravano occhi vivi, spalancati, attenti, concentrati, decisi, combattivi, seriosi, profondi, diretti verso l’orizzonte; che se incrociavi col tuo sguardo non potevi far altro che distoglierlo tanto erano rabbiosi, ma che fissandoli, dietro di essi intravedevi un mare mosso.

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Foto by Putredine